Cnr, bene la ricerca ma non il sistema

Roma, 6 mar. - (Adnkronos) - Grande fiducia nella scienza, ma critiche al sistema ricerca, timore di ingerenze della politica e del mercato nelle attività scientifiche specie per le applicazioni tecnologiche. E a preferire la ricerca scientifica come mestiere sono le ragazze più ancora dei ragazzi che, invece, guardano con maggiore interesse al settore dell’imprenditoria per il loro futuro lavoro. E’ questo lo scenario del mondo della scienza per i giovani italiani secondo un’indagine svolta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche su mille tra studenti e studentesse di tre grandi citta’ italiane: Bologna, Roma e Napoli.
‘‘Dall’indagine emerge un’immagine non stereotipata delle riflessioni di ragazzi e ragazze intorno alla scienza’’ , commenta Adriana Valente dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) in merito ai risultati del progetto ‘‘Partecipazione e consapevolezza della scienza’’, condotto dall’Irrps in collaborazione con il British Council e la Fondazione Rosselli al fine di promuovere un dibattito pubblico tra studenti di scuola superiore e università ed esperti.
‘‘Ciò che emerge, sia nei maschi che nelle femmine’’ prosegue Valente, ''è fiducia nella comunità scientifica, ma insieme a una diffusa preoccupazione sul funzionamento del sistema ricerca, sul rispetto per i valori umani e sociali, sulle ingerenze della politica e del mercato, sulle applicazioni scientifiche ''Coinvolti attraverso un questionario, i circa 1.000 studenti e studentesse intervistati dal Cnr appartengono a diverse tipologie di istituti, estratti a caso in 3 città, ed hanno risposto a quesiti differenziati. A Bologna il tema sottoposto ai ragazzi è stato quello relativo agli organismi geneticamente modificati, a Roma sono ste trattate le problematiche relative alle onde elettromagnetiche e all’elettrosmog, mentre a Napoli le deomande hanno riguardato l’esplorazione dello spazio.
"Nelle tre indagin - sottolinea il Cnr - le differenze di genere tra ragazze e ragazzi non sono significative, se non per la maggiore attenzione femminile verso i fattori di rischio e i valori umani e sociali. ‘‘Al quesito sulla velocità del progresso scientifico la maggioranza sia dei ragazzi (52,8%) che delle ragazze (60,6%) - spiega la ricercatrice dell’Irpps-Cnr - si è pronunciata a favore di uno sviluppo meno veloce delle applicazioni delle scoperte scientifiche e tecnologiche, compensato da una maggiore ponderazione dei risultati e dei rischi prevedibili’’.
'‘Un’esigenza - prosegue Adriana Valente - avvertita soprattutto dalle ragazze, in particolare per gli ogm (71% delle femmine contro 44,4% dei maschi) e quando si parla di spazio (63,8% delle ragazze contro 52,3% dei ragazzi) mentre per l’elettrosmog i valori sono vicini per i due sessi (rispettivamente 56,8% e 53,4%)’'Differenze emergono anche in relazione al principio di precauzione. ‘‘A optare per una restrizione nell’uso delle moderne tecnologie se non si è certi sulle conseguenze per gli esseri umani e l’ambiente - prosegue Valente - sono un’elevata percentuale delle ragazze (73,7% contro il 55,6% maschile) nell’indagine sugli ogm’’. ‘‘Lo scarto -dice ancora- si riduce molto nei questionari sull’elettrosmog (51,9% contro 48,1%) e diventa minimo in quello sullo spazio (42,6% contro 40,9%)’’.
Il rapporto cambia quando si esamina la possibilità di condizionare l’argomento e i risultati della ricerca. ‘‘In questo caso - spiega Adriana Valente - i ragazzi si pronunciano più delle ragazze a favore (circa 6 punti percentuali di differenza): in entrambi, comunque, emerge sfiducia verso il ruolo autonomo della scienza, un’immagine ridimensionata del suo potere decisionale nella societa’ e un’accettazione razionale delle influenze dell’economia sul mondo scientifico’'Nelle domande su chi dovrebbe partecipare al processo decisionale sull’uso delle applicazioni della ricerca, la maggioranza degli intervistati ritiene che spetti soprattutto alla comunità scientifica, mentre raccoglie risultati modesti la classe politica.
‘‘Un risultato - conclude Valente - in linea con una precedente indagine dell’Irpps, ‘Giovani e scienza’, in cui la professione di scienziato veniva considerata la più importante soprattutto dalle ragazze, mentre i ragazzi gli avevano anteposto, seppur di poco, quella di imprenditore’’.
Info: www.cnr.it

La National Science Foundation (NSF) degli Stati Uniti ha presentato nei giorni scorsi lo «Science and Engineering Indicators 2006», il rapporto biennale sullo stato della ricerca scientifica e sullo sviluppo tecnologico del paese in relazione, anche, al resto del mondo. Si tratta di un rapporto su un settore strategico che ci dice come si stanno modificando gli equilibri culturali, sociali, economici e, quindi, politici del pianeta.
Il carattere fondamentale che ha informato di sé gli ultimi 15 anni, dicono gli esperti della NSF, è la globalizzazione della ricerca scientifica e tecnologica. Un carattere che contiene in sé tre elementi diversi: l’aumento delle risorse; l’incremento della ricerca privata; la nascita di un nuovo polo mondiale.
L’aumento degli investimenti in ricerca nel mondo tra il 1990 e il 2003 è stato davvero sensibile: a dollaro costante, da 377 a 810 miliardi di dollari (+115%). Ciò ha comportato solo in parte un incremento dell’output accademico: gli articoli scientifici pubblicati ogni anno sono passati da 466.000 a 699.000 (+50%). Ma ha prodotto una straordinaria crescita della produzione nel settore delle alte tecnologie: passate da un fatturato di 1.500 a 3.500 miliardi di dollari ogni anno (+133%). Così che se nel 1990 il settore rappresentava solo l’11% delle produzione di beni nel mondo, ora rappresenta il 18%.
Il secondo elemento è l’aumento degli investimenti privati in ricerca scientifica. In tutto il mondo il rapporto tra ricerca pubblica e privata si è sbilanciato a favore di quest’ultima. Nel 1990 negli Usa la spesa pubblica rappresentava il 48%, era scesa al 26% nel 2001 per assestarsi al 31% dopo l’attentato alla Torri gemelle e la forte ripresa degli investimenti in ricerca militare. Nello stesso periodo in Europa la spesa pubblica è scesa dal 41 al 34%. Solo in Giappone il peso relativo dalla spesa pubblica è cresciuto, dal 18 al 23%, ma nell’ambito di uno storico squilibrio a favore della privata. Il trend nelle potenze tecnoscientifiche emergenti è analogo: i privati investono più degli stati. In questo quadro l’Italia rappresenta (col Canada) l’unica vera eccezione: da noi manca un’industria con una vocazione all’innovazione attraverso la ricerca.
Il terzo e, forse, il più importante elemento è l’irruzione sulla scena di un nuovo polo tecnoscientifico, il quarto insieme ai tre classici Europa, Usa e Giappone: quello asiatico costituito dalla Cina e da una costellazione di altri otto stati con una spiccata vocazione per la ricerca. Nel suo insieme questo polo già produce laureati in materie scientifiche pari alla somma di Stati Uniti ed Europa (dei 15). E già produce beni hi-tech pari alla somma di Stati Uniti e Giappone. La Cina, con 84 miliardi di dollari investiti ogni anno, è terza nella classifica delle nazioni che investono di più in ricerca scientifica. E, col 12% del totale mondiale, è seconda solo agli Stati Uniti nella produzione di beni ad alta tecnologia.
Questo nuovo polo è, insieme agli Stati Uniti, il più dinamico sul fronte dell’economia della conoscenza. Se negli Usa, infatti, il peso dell’hi-tech nell’economia nazionale è passato dal 12% del 1990 al 30% del 2003, in Cina è passato dal 6 al 18% e negli altri otto paesi dell’Asia dal 13 al 23%. Per contro la penetrazione dell’alta tecnologia è cresciuta poco in Europa (dal 9 al 12%) e quasi niente in Giappone (dal 14 al 15%). E noi che stiamo qui a preoccuparci per i sandali indiani e le t-shirt cinesi.
Chi sta guadagnando e chi sta perdendo in questo titanico riarrangiamento planetario della capacità di produrre conoscenza? I paesi emergenti dell’Asia la cui spettacolare crescita, in questo settore, non ha precedenti nella storia. Ma a guadagnare sono stati anche gli Usa, che attraverso l’innovazione sono stati capaci di rinnovare la loro leadership economica (oltre che militare e politica). Pochi dubbi ci sono anche sui perdenti: l’Africa (esclusa dal processo) e tutti gli altri paesi del cosiddetto Terzo Mondo che stentano a tenere il passo.
E l’Europa? Ci sono molte ombre e poche luci. Se l’Unione europea, infatti, resta il maggiore esportatore in assoluto di hi-tech, vede le sue quote diminuire. Se è ormai il massimo produttore di articoli scientifici al mondo, è anche vero che sul piano della qualità della ricerca stenta a tenere il passo. D’altra parte l’Europa investe in ricerca 210 miliardi di dollari l’anno, contro i 280 degli Stati Uniti. E, soprattutto, frammenta questa spesa in 25 stati e, quindi, in 25 politiche diverse. Se poi il bilancio dell’Unione viene ridotto e i tagli investono anche la scienza e l’educazione, difficilmente l’Europa riuscirà a entrare da protagonista nella società della conoscenza.
E l’Italia? Non è un caso che non sia neppure nominata nel rapporto NSF. Il nostro paese è semplicemente fuori dai processi che abbiamo descritto. E avrà grandi difficoltà a rientrarvi se non ne prende coscienza.

ADS Kronos