Columbia rescue plan


#1

Ars Technica dedica un lungo articolo all’ipotetico piano di salvataggio del Columbia da parte di un secondo Orbiter. Quattro pagine abbastanza dettagliate (anche se a tratti troppo retoriche per i miei gusti).
http://arstechnica.com/science/2014/02/the-audacious-rescue-plan-that-might-have-saved-space-shuttle-columbia/
So che nel forum se n’è già parlato ma volevo segnalare l’articolo.


#2

Sarebbe stata un impresa straordinaria,da far sembrare Apollo 13 una passeggiata.
Leggendo l’articolo non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sarebbero state utili le Personal Rescue Enclosure,ossia cosidette “rescue ball”.
http://www.astronautix.com/craft/reseball.htm
Ma per accelerare le operazioni di soccorso,lo Shuttle in missione di salvataggio non avrebbe potuto portare tute spaziali sufficenti per tutto l’equipaggio del Columbia?
Un EVA per “consegnare” le tute,ed una seconda EVA per evacuare tutto l’equipaggio in una volta.


#3

Non penso che esistano o Siano Esistite 7 emu a disposizione


#4

Visto che se ne parla, giova ricordare che tale ipotesi e’ stata presa in considerazione a suo tempo anche dal CAIB (Columbia Accident Investigation Board).
Intanto ricordo dove trovare tutto il report: http://www.nasa-usa.de/columbia/home/CAIB_Vol1.html . Si tratta di un lavoro accessibilissimo anche con una dose minima di conoscenza dell’inglese, e che consiglio a tutti di leggere.
La parte rilevante per questa discussione si trova a pagina 176, capitolo 6, del primo volume.


#5

Edit: Non avevo capito che rispondevi a carmelo :slight_smile:

La procedura richiedeva una staffetta. Infatti, una delle difficoltà era proprio spostare le tute vuote (ma pressurizzate e alimentate per mantenere i consumabili durante il trasferimento), nonché, per l’ultimo a lasciare il Columbia, la difficoltà di indossare la tuta senza aiuto.


#6

Sì caro Michael sono stato ermetico :slight_smile:


#7

Questo è un calcolo interessante.
Quante EMU erano nella disponibilità della NASA all’ epoca?
Dunque,due erano già a bordo del columbia (per eventuali EVA di emergenza),e due avrebbero essere in dotazione ai soccorritori.
E siamo a quattro.
Possibile che non avessero altre cinque EMU funzionanti?


#8

possibile che esistano così poche tute spaziali? suvvia…


#9

Che bello vedere riaperta una discussione vecchia di 8 mesi per un contributo cosi tecnico - scientifico


#10

Che bello vedere un post sarcastico a una domanda di cui non si conosce la risposta :stuck_out_tongue:


#11

Nel frattempo non c’è stata una risposta ad una domanda,credo non banale.


#12

Una volta si diceva che non esistono domande stupide… comunque, il CAIB ha scritto su un paio di ipotetiche operazioni di salvataggio che sarebbero state FORSE possibili a patto che fin dall’inizio della missione, ovvero dalla prima presa visione del problema (circa il giorno successivo a quello del lancio), si fosse presa la decisione di dichiarare in pericolo l’equipaggio. E il problema, per la NASA dell’epoca (e di TUTTE le epoche post 1975) era proprio quella di trovare una persona responsabile che si prendesse la responsabilità di dichiarare qualcosa in merito a una missione. Perchè si tratta come sempre di una missione che doveva realizzare esperimenti, concludere progetti costosi con contratti siglati, eccetera e quindi DOVEVA finire bene. Stesso discorso che emerse nel 1986 con Challenger. Il secondo aspetto è che anche quando qualcuno si accorse immediatamente del problema e si ipotizzò qualche cosa di simile a quanto poi si sarebbe realizzato (danneggiamento del rivestimento del bordo d’attacco e rientro difficoltoso), non si era ai livelli dirigenziali ma bensì ingegneristici. Cioè a parti del tutto scollegate dalle decisioni chiave della missione. Gli stessi direttori di volo non erano del tutto sereni perchè anche a quel livello la spinta politica sulla missione è molto pesante. Aggiungiamo che era da anni palese la prassi del seguire i regolamenti pedissequamente, senza aggiungere quel minimo di buon senso dei tempi Apollo, che era peraltro anche necessario durante la corsa alla luna e divenne la chiave del successo di Apollo 13. Voglio dire che per salvare Columbia ed equipaggio sarebbero occorse persone come quelle di Apollo e persone in grado di sobbarcarsi enormi responsabilità. Nel caso di Apollo 13 tutto fu abbastanza automatico poichè la missione fu in pericolo evidente, mentre il Columbia era in orbita senza il minimo disturbo. I sospetti non erano sufficienti nemmeno per smuovere la signora Ham a comprare dieci minuti di satellite-spia per fotografare la pancia della navetta perchè ella pensava semplicemente al costo (forse un milione di dollari) e al fatto che tante altre volte le navette erano tornate a terra tranquille nonostante qualche buco sulle ali.

Anni dopo è emersa anche un’idea pazzesca, che prevedeva l’utilizzo del Canadarm e di due astronauti in EVA. Si diceva che, una volta assodato che la falla nell’ala esisteva, un modo per “ripararla” era riempire la falla con sacchetti pieni di acqua, materiali metallici pesanti (chiavi inglesi, computer, eccetera) e ricoprire il bordo d’attacco con materiali di fortuna e nastro americano. Perchè tutto ciò, che pare una cosa folle e amatoriale? Per un semplice calcolo di tempo: dato che non si poteva pensare di riparare il bordo d’attacco, qualcuno aveva pensato che l’unica cosa da fare era “rallentare” il danneggiamento delle strutture durante il rientro, quindi con materiali che fossero in grado di assorbire il calore al posto della struttura di alluminio. Non ricordo perfettamente tutto, ma ricordo che nei forum USA molti discussero di questa possibilità e non la si passò come pazzesca ma piuttosto come figlia del “thinking” di Apollo 13. Per essere più precisi, comunque, vale rileggere i volumi del CAIB.

ciao

Cristiano


#13

Premetto che non so quante EMU avessero disponibili allora, né so con certezza quante ne abbiano al giorno d’oggi, quindi parlo per supposizioni.

Quello che so è che ogni EMU va personalizzata a seconda di ogni astronauta. Le varie parti della tuta (braccio, avanbraccio, guanti, bacino, coscia, polpaccio, stivali) sono disponibilI in varie taglie e in più ci sono degli appositi “anelli” di varie dimensioni da aggiungere nelle giunture per allungare ulteriormente questi componenti e rendere la tuta della taglia giusta per chi la deve indossare. Se non ricordo male, la viariabilità degli astronauti è tra i 165 e i 195 cm, quindi le taglie possono essere parecchio diverse.
Quello che voglio dire con ciò è che non credo che abbiano a terra un tot di EMU già complete ma piuttosto un certo numero di pezzi per ogni parte, e ogni volta a seconda del bisogno assemblano la tuta ad hoc per ogni astronauta. E possibilmente non hanno 7 pezzi per ogni taglia per ogni parte.

Di volta in volta, a seconda di quale astronauta deve andare a bordo sulla ISS e a seconda delle sue misure, mandano a bordo i pezzi che servono perché quell’astronauta possa eventualmente fare un’EVA. Samantha ad esempio aveva postato qualcosa sul suo blog a proposito del fatto che aveva provato a terra i guanti della sua EMU, ovvero proprio quei guanti che sarebbero stati successivamente mandati a bordo in modo da essere lì prima che lei arrivasse.

Considerando che gli astronauti vengono assegnati a una missione qualche anno prima, al momento questo processo viene fatto con tutta calma. E se ci fosse qualche pezzo mancante, probabilmente avrebbero tutto il tempo di procurarselo o di trovare soluzioni alternative (tipo as esempio degli “adattatori” interni per restringere gli stivali). Ma è tutto da vedere se sarebbero riusciti a fare questo lavoro in una sola settimana per tutti gli astronauti del Columbia, senza neanche avere gli astronauti a disposizione per far loro provare le tute. E secondo me è plausibile che non avessero abbastanza pezzi della taglia giusta per qualche parte tipo i guanti o gli stivali


#14

Il Canadarm non c’era! Se ci fosse stato sarebbe probabilmente stato utilizzato per dare un’occhiata (fin dove possibile) allo scudo termico e ci si sarebbe accorti della voragine negli RCC.

Con il senno di poi si poteva benissimo mandare fuori due astronauti in EVA (anche senza braccio) per dare un’occhiata fin dove potevano, ma con il senno di poi si sa che siamo tutti saggi, esperti ed infallibili.


#15

Credo che ogni volo Shuttle avesse almeno 2 EMU a bordo.


#16

Sì certo, come per la ISS, anche sullo Shuttle avevano gli astronauti dedicati a fare le EVA di routine più anche quelle di emergenza. Di sicuro erano almeno due, molto probabilmente ce n’era anche una terza in caso uno dei due astronauti “prime” si fosse sentito male e non avesse potuto fare l’EVA.
Ma sicuramente non esisteva nei piani uno scenario in cui tutti e sette dovevano uscire all’esterno. Quindi probabilmente stiamo parlando di assemblare a terra in una settimana 4 EMU


#17

Mi chiedo come mai non avessero previsto un kit di riparazione in casi come questi…che so,un qualche tipo di resina sintetica per riempire dele falle,o cose del genere.
Avrebbe potuto essere utile portare nella stiva un piccolo drone in grado di ispezionare (da distanza di sicurezza per evitare impatti con lo Shuttle) zone di possibili distacchi di rivestimento termico.
Non credo che sarebbe stato complicato realizzare un drone del genere,che inoltre sarebbe stato recuperabile e riutilizzabile e non avrebbe comportato problemi di spazio,sia per le dimensioni ridotte,sia perchè la stiva dell’Orbiter non è stata mai occupata per intero.


#18

Carmelo, stai parlando di fantascienza. Non è mai esistito niente del genere, non esiste tutt’ora. L’esperimento Spheres all’interno della ISS testa proprio questo tipo di funzionalità, ma è ben lontano dall’essere applicabile in scenari operativi. E comunque sarebbe stato qualcosa che avrebbe fatto solo fotografie, la riparazione avrebbe in ogni caso necessitato di un’EVA. A questo punto è stata estremamente più semplice e più affidabile la soluzione trovata dopo il Columbia, cioè di allungare il braccio robotico e usare quello per fare le ispezioni post lancio.

Perché non ci hanno pensato prima? Come sempre è facile parlare a posteriori, ora questa cosa dei pezzi di ghiaccio che si staccavano dall’ET e sbattevano sulle ali sembra ovvia a tutti. Ma evidentemente se nessuno delle migliaia di ingegneri che hanno lavorato al programma ha previsto quest’eventualità prima che succedesse, vuol dire che non era una cosa così ovvia…


#19

pezzi di ghiaccio era un problema conosciuto e rilevato anche in STS 107, ma fu considerato un “rischio accettabile” per tanto vi fu il rientro.


#20

Non era ghiaccio! Era il rivestimento (foam) del serbatoio che serviva proprio ad impedire la formazione di ghiaccio.