Mari di sabbia sulla più grande luna di Saturno

Una strumentazione realizzata anche con il contributo di ricercatori italiani ha individuato su Titano distese di dune nella zona che precedentemente appariva con strutture simili a graffi di tigre

Sulla più grande luna di Saturno, Titano, ci sono distese di dune che ricordano molto da vicino i deserti del Sahara e della Namibia. Le nuove immagini, pubblicate su Science, arrivano dopo quelle indimenticabili inviate nel gennaio 2005 dalla sonda europea Huygens, che attraversò l’atmosfera di Titano fino a posarsi al suolo, mostrando strutture montuose e fiumi scuri di metano.
A catturare le immense distese di sabbia è stato lo strumento Radar, a bordo della sonda Cassini, nata dalla collaborazione fra NASA, ESA e ASI.
A coordinare questa nuova fase della ricerca basata sui dati della missione Cassini è un gruppo internazionale coordinato dal responsabile del dipartimento di Scienze planetarie dell’università dell’Arizona, Ralph Lorenz.

Importante il contributo dell’Italia. '‘E’ la conferma di come stia cambiando l’immagine di Titano che avevamo fino a qualche anno fa" ha detto il responsabile dell’esplorazione del Sistema Solare per l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), Enrico Flamini. Adesso, per esempio, sappiamo che su Titano c’è metano liquido (le strutture simili a fiumi osservate nelle immagini inviate da Huygens).
Nell’ultimo passaggio ravvicinato, avvenuto pochi giorni fa, la sonda Cassini ha osservato una struttura che potrebbe essere un nuovo cratere e adesso, grazie dai dati del Radar, lo strumento scientifico a bordo di Cassini progettato per studiare la superficie di Titano, sappiamo che quelle che appena qualche mese fa sembravano strane strutture simili a graffi di tigre sono in realtà distese di dune che, oltre nella zona vicina ai poli, si trovano nella zona equatoriale.
Il loro aspetto ricorda quello della sabbia, ma la loro composizione dei granelli che le compongono, delle dimensioni di un quarto di millimetro proprio come i granelli di sabbia è ancora un mistero.
Le ipotesi, ha detto Flamini, sono due: da un lato potrebbe trattarsi di ghiaccio d’acqua, reso secco dalla temperatura estremamente bassa. ''Forse - ha osservato - i granelli potrebbero essere il risultato dell’erosione dovuta all’interazione fra lo scorrere del metano liquido sul ghiaccio".
La seconda ipotesi prevede che i granelli possano essere composti da materiale organico, ossia particelle di idrocarburi. Si sa invece con più sicurezza che a generare le dune sono stati dei fortissimi venti, ma generati in modo molto diverso dai venti che conosciamo sulla Terra.
Anziché dalla differente pressione fra zone fredde e calde, su Titano ''i venti sono generati da un effetto di marea 400 volte più forte di quello che avviene sulla Terra e dovuto all’azione di Saturno".
Si sa inoltre che le dune di Titano sono alte fino a 150 metri, lunghe centinaia di chilometri e si estendono per migliaia di chilometri in prossimità dell’equatore.

da Newton
15 maggio 2006