Truax X-3 Enterprise

Con l’approssimarsi dei voli suborbitali commerciali sia da parte di Virgin Galactic (con la sua SpaceShipTwo) e Blue Origin (con il New Shepard), l’idea di voli suborbitali privati sembra cronaca di questi giorni.
In realtà non è proprio così, dato che l’idea ha radici antiche.

La prima formulazione di volo spaziale privato si deve all’inventiva e l’entusiasmo di un autentico pioniere dell’astronautica, stiamo parlando dell’Ing. Robert (Bob) Truax (https://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Truax) , il quale aveva raggiunto il grado di tenente-colonnello per la marina americana ed era arrivato a dirigere il Navy Development Project in cui vennero effettuate delle ricerche seminali nel campo dei propellenti ipergolici, tali ricerche portarono allo sviluppo del razzo WAC Corporal.

Nel 1959 Truax lasciò il servizio attivo della marina e divenne il capo della Aerojet-General Advanced Development Division, responsabile (tra l’altro) dello sviluppo del supervettore “Sea Dragon” (ma questa è un’altra storia).

Agli inizi degli anni '70 Truax cominciò a pensare che sarebbe stato possibile realizzare un vettore suborbitale con una semplice capsula per un passeggero pagante, a partire da surplus di razzi e missili sviluppati sia per i programmi militari sia per quelli della NASA.

In questo contesto Truax, nel 1977, fondò il cosiddetto “Project Private Enterprise”, allo scopo di raccogliere un certo numero di passeggeri “paganti” che potessero finanziare il progetto (ciò che poi farà anche Musk nel XXI secolo).
Truax propose il progetto del razzo X-3 “Volksrocket” (Razzo del popolo) poi ribattezzato direttamente Enterprise.

Si trattava di un vettore monostadio, propulso da ossigeno liquido (LOX) e Kerosene (RP-1), utilizzando come motori quattro vernieri surplus del missile Atlas. Il vettore era alto 7,21 metri ed aveva un diametro di 0,635 metri, con un peso a vuoto di circa 500 kg e pieno di circa 3.400. In cima al vettore trovava posto una piccola e rudimentale capsula monoposto con appena lo spazio per il sedile del passeggero (senza tuta pressurizzata), una telecamera, un paracadute e poco altro.

I 4 vernieri (Rocketdyne LR 101) avrebbero fornito una spinta di circa 1.800 kg al lancio. Un sistema di giroscopi flottanti (HIG-4) avrebbero garantito il mantenimento della traiettoria. Il MECO sarebbe avvenuto poco oltre i 30 km di quota, mentre l’apogeo (stimato) si attestava appena al disopra della linea degli 80 km, l’accelerazione sarebbe stata di 3g (come per lo Shuttle). Il volo sarebbe durato circa 10 minuti, dal lancio all’ammaraggio. L’assemblaggio dello X-3 iniziò in una rimessa all’aperto in California (in una maniera non molto dissimile dall’attuale SpaceX SpaceShip/SuperHeavy).
L’astronauta/passeggero sarebbe entrato nella capsula a terra, la quale sarebbe poi stata sollevata da un’apposita gru fino alla connessione con il vettore X-3.

La capsula era alta 1,83 metri ed avente lo stesso diametro del vettore, il payload massimo era di 90 kg (il sottoscritto avrebbe dovuto sottoporsi ad una drastica dieta!), con un costo previsto di 10.000 $ al lancio (degli anni '80).

Per i primi due voli erano previsti Martin Yahn (il quale in caso di successo sarebbe divenuto il primo astronauta privato della Storia) e Jeana Yeager che all’epoca era una collaboratrice di Truax e che, comunque, in seguito avrebbe avuto il suo momento di gloria per il volo non-stop intorno al mondo con Dick Rutan (fratello del più famoso Burt) con lo Scaled Composites Voyager (progettato dallo stesso Burt Rutan) tra il 13 ed il 23 dicembre 1986.

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Il progetto ebbe, all’epoca , una vasta risonanza mediatica anche in Italia. Mi ricordo che allora ragazzino leggevo con avidità Gente e Motori Junior (inserto delll’allora Gente e Motori) il quale spesso trattava tematiche spaziali e che dedicò un generoso articolo proprio al progetto di Truax, oppure passaggi al TG-1 e finanche a “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”.

Naturalmente non appena Truax iniziò i test, nel 1978, cominciarono i problemi. Tanto per dire il sistema di alimentazione dell’Atlas era stato ideato per un solo motore alla volta mentre per lo X-3 doveva alimentarne ben quattro, in ogni caso almeno 6 test statici furono condotti fino alla fine degli anni 70.

I test sullo X-3 si protrassero almeno fino al 1991, poi il progetto si arenò (e con esso l’interesse del pubblico). Vuoi per problemi di soldi, vuoi per problemi tecnologici non gestibili da un gruppo di volenterosi sia pure guidati da un genio, Truax sostanzialmente fallì nel non riuscire mai ad ottenere la certificazione FAA per il suo X-3.

Truax si prodigò, instancabilmente, nel proporre il proprio progetto finanche all’Ansari X-Prize, ma sostanzialmente il suo tentativo restò lettera morta. Truax si è spento nel 2010 in California all’età di 93 anni.

Una serie di documenti sono raccolti online nei Truax Archives:

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