Giochi e giocattoli spaziali

Interessante!
Nel campo dei boardgames (altrimenti detti giochi da tavolo) “Leaving Earth” si è senza dubbio ispirato al classico “Liftoff!” dell’amico Fritz Bronner, pubblicato dalla Task Force Games nel 1989 (del quale ho una scatola) che poi ha dato vita al celebre BARIS (Buzz Aldrin’s Race Into Space) per PC:

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Fritz sta attualmente lavorando ad un Liftoff! 2.0, con nuove regole ed espansioni, nuova grafica (al quale ha contribuito anche il sottoscritto) e delle miniature in stampa 3d da paura!

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Un altro tema molto sentito all’epoca era quello dell’ammaraggio e del conseguente recupero degli astronauti a mezzo elicottero, ecco dunque un paio di esempi:

Nel 1969 la spagnola Congost mette sul mercato questo “Rescate Espacial”, lo scopo del gioco era quello di utilizzare l’elicotterino (vagamente ispirato ad un Bell 47J) per prelevare uno alla volta i tre astronauti (con la corda ed il gancio posti sotto l’elicottero) e depositarli sani e salvi sull’imbarcazione vicina.

Sempre nel '69 la tedesca Biller proponeva un gioco simile lo “Apollo Rescue Station”, in cui lo scopo del gioco era agganciare “al volo” e recuperare l’intera capsula Apollo. La Biller nasceva (ed aveva fatto le sue fortune) come produttrice di giocattoli in latta spesso a soggetto aeronautico, ma dalla metà degli anni '60 si era convertita alla plastica. Di fattura particolarmente pregevole sia la capsula Apollo sia l’elicottero (il quale riproduceva un anacronistico Sikorsky S-55 mentre in realtà per le missioni Apollo si utilizzava il più moderno e capace S-61).

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L’americana Marx tra la fine degli anni '50 e la metà degli anni '60 realizza (tra gli svariati che produce) un paio di playset “cary all” (ovvero contenuti in un scatola-valigetta richiudibile e trasportabile).

Il primo è il “Cape Canaveral” il quale però di spaziale ha ben poco dato che si tratta di miniature che riproducono per lo più missili terra-aria e qualche razzo sonda:

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Il secondo, molto più bello, si chiama (manco a dirlo) “Cape Kennedy” ed include una serie di figurini di razzi come Altas, Juno, Jupiter e Redstone, ma soprattutto il pezzo forte è una capsula Mercury ben fatta con un elicottero Sikorsky S-56 (un vero bestione per l’epoca), il quale fu effettivamente impegnato nelle operazioni di recupero dei primissimi voli Mercury (per i successivi fu utilizzato l’iconico S-58):

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C’era un giocattolo della Quercetti che possedevo (prima di romperlo) che si poteva lanciare con una sorta di fionda. Arrivato all’apogeo si apriva e scendeva (teoricamente in maniera “dolce”) appeso ad un paracadute. Questo in immagine era uno similare


Mi ricordo che ce n’erano altri oltre a quello in foto, e se non ricordo male uno aveva anche un astronauta al suo interno.

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Altro giro, altri Lunar Lander.

Iniziamo con il “Lunar Lander Command Ship” della giapponese J-Toy del 1969, il quale ha la particolarità di avere lo Ascent Stage che si separa dal Descent Stage, con un motore a batteria, per simulare la fase di decollo dalla Luna:

Sempre nel 1969 e sempre in Giappone la Asahi mette sul mercato questo “Eagle”, si tratta di un giocattolo a frizione con movimento a ruote, il quale riproduce abbastanza fedelmente il Grumman LM:

Ancora in Giappone (è chiaro che il Sol Levante ama i giocattoli spaziali in particolare i moduli lunari), e sempre nel fatidico 1969, la la Mi In Diamond mette sul mercato un prodotto molto simile al DSK visto in uno dei miei post precedenti, anche in questo caso siamo di fronte ad un giocattolo alimentato a batteria che consente l’uscita dell’astronauta dal portello.
Anche in questo caso il LM è riprodotto in maniera decisamente fedele per essere “solo” un giocattolo per bambini:

Chiudiamo la carrellata con questo prodotto, sempre giapponese, del 1971. Si tratta di un oggetto, invero abbastanza bruttino, prodotto dalla Yoneya il quale ha la particolarità di far “camminare” il LM sulla sue zampe con un meccanismo a molla, caricato da un’apposita chiavetta:

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Tornando alle capsule, qui siamo di fronte ad un piccolo mistero.
Alla metà degli anni '60 la Ming Tat di Hong Kong mette in commercio questo “X-80 Space Capsule” il quale non contiene un giocattolo ma due.
Si tratta di un modello della capsula Gemini ed uno della Mercury, entrambe alla stessa scala, nel quale la Mercury risulta agganciata alla parte posteriore del modulo orbitale della Gemini!

Entrambi i modelli sono di ottima fattura (nonostante le dimensioni limitate) e riproducono le due capsule nei loro dettagli, con tanto di astronauti, si muovono su ruote (con meccanismo a frizione) e la Mercury può essere sganciata dalla Gemini a mezzo di un pulsante.

Dove abbiano preso questa idea gli ideatori del giocattolo non è dato sapere, forse saranno stati ispirati dal romanzo “Marooned” di Martin Caidin dove una Gemini andava a salvare una Mercury rimasta in orbita, oppure potrebbero aver tratto ispirazione dal progetto NORS (National Orbital Rescue System) proposto dalla Martin Marietta, il quale prevedeva un SV-5P/X-24 con dietro agganciata una capsula Gemini.
Oppure hanno semplicemente pensato ad un pratico mezzo per offrire due giocattoli al prezzo di uno…

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Passano gli anni e passa anche la febbre legata ai voli Apollo, i giocattoli spaziali però ancora non passano di moda (bisognerà arrivare agli inizi degli anni '80 ricordate?), a metà degli anni '70 lo Shuttle, come è ovvio, diviene il nuovo oggetto iconico per il mondo dei giocattoli e per il mondo in generale.

La Masudaya è tra le prime aziende a mettere in commercio un giocattolo motorizzato dello Shuttle. In particolare si tratta di questo Space Shuttle “Enterprise”, a prima vista il modello sembra abbastanza corretto.

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Guardandolo meglio, però salta fuori qualche incongruenza, è ovvio che i disegnatori della Masudaya si sono basati sul materiale disponibile, diciamo intorno al 1972-74, per cui nonostante la dicitura “Enterprise” la configurazione non è quella finale, ma la 3/4 con ancora le estensioni dei pod OMS sulle porte della Cargo Bay. Inoltre l’ala è ancora a delta singolo della Baseline Proposal e non il doppio delta poi effettivamente realizzato.

Agli inizi degli anni '80, in concomitanza con i primi voli Shuttle, la Masudaya riedita il giocattolo chiamandolo “Columbia” (mossa commerciale astuta), praticamente si tratta sempre della stessa Enterprise con l’aggiunta di una coppia di sirene stile auto della polizia sulla Cargo Bay che rende il tutto meno realistico.

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Un LEM molto arrabbiato :smiley: :smiley: :smiley:

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Vittorio, mi hai fatto venire in mente che io avevo un’altra versione dello stesso giocattolo, cioè il TOR. Funzionamento identico, forma un po’ più sleek

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Io ne ho avuti molti di Quercetti, spesso li lanciavo (e con mio grande disappunto) non si apriva il paracadute. Qualcuno ce l’ha fatta salvo poi finire su…un albero.

In realtà pur essendo a tema spaziale i razzi a molla della Quercetti non possono essere catalogati proprio come “Space Toy” dal momento che, in genere, erano modelli di fantasia (dai nomi molto evocativi).

Tranne qualche eccezione come questo Tor il quale riproduceva un missile Aria-Aria Sidewinder delle prime serie (sia pure con qualche licenza nel muso e per le alette posteriori).

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Forse il “giocattolo” più grande di tutti i tempi è rappresentato senz’altro da questo modello in scala 1:1 della Capsula Gemini, (solo il modulo di rientro nonostante la pubblicità rappresentasse la capsula completa) messa in palio dalla nota ditta modellistica americana Revell nel 1966.

In realtà si trattava di un vero mock-up della Gemini realizzato dalla allora McDonnell Douglas (oggi parte del gruppo Boeing) surlpus dello stock fornito alla NASA. La Revell con un’astuta mossa commerciale lo acquistò a prezzo di costo e lo mise in palio attraverso un concorso, ampiamente pubblicizzato su tutti i periodici per ragazzi dell’epoca. Inutile dire che le vendite dei modellini spaziali della Revell schizzarono… in orbita!

La Gemini fu vinta nel 1967 da un tredicenne di Portland nell’Oregon, e dato che l’accordo con la Revell era che la Gemini doveva essere donata ad un museo (per consentire anche ad altri bambini di giocarci), il ragazzo decise di far consegnare la capsula presso l’OMSI (Oregon Museum of Science & Industry), dove tra l’altro fa bella mostra di se ancora oggi.

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Questa storia è davvero bellissima!

Grazie, anche i giocattoli possono aiutarci, nella loro semplicità, ad approfondire aspetti dell’astronautica che nemmeno si sospettavano

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Bellissima! Grazie! :smiley: Rilancio: qualcuno è un esperto delle varie versioni di “G. I. Joe” o “Action Man” che ripropongono tute e capsule Mercury piuttosto che simil-Apollo? :smiley:

Dalla Russia (o meglio dall’allora Unione Sovietica) uno dei pochi giocattoli spaziali rappresentativi, questo globo terrestre rotante con Sputnik ed antenna di trasmissione prodotto dalla MZMZI nel 1958.

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Questo tipo di giochi “didattici” per così dire divengono via via sempre più complessi, come questo che riproduce il volo circumlunare di Apollo 8 (con moto meccanico a chiavetta e tanto di scintille che escono dall’ugello dello SM), prodotto nel 1971 dalla tedesca Technofix:

Nello stesso periodo la solita Masudaya mette in commercio questo splendido simulatore di aggancio tra Apollo CSM e LM, con movimento meccanico a batteria:

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La giapponese Horikawa nel 1959 mette in commercio questo “Satellite in Orbit” costituito da un globo terrestre rotante con un satellite (fatto con una pallina di polistirolo) che viene mantenuto in sospensione grazie ad un flusso di aria generato dalla piccola ventola sottostante:

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Nel 1958 la tedesca GAMA mette in vendita questo globo rotante con tanto di satellite “tethered” ovvero legato ad un filo e messo in rotazione per trascinamento e forza centrifuga. La Terra viene mantenuta in posizione (e con la giusta inclinazione) grazie ad un tripode.

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Personalmente non sono un esperto dei vari figurini (ho avuto tanti Big Jim da bambino ma nessun G.I. Joe e Action Man oppure Matt Mason, che si trovava solo in America).

Nel caso di Matt Mason (prodotto dalla Mattel) si riscontra una tematica spaziale tecnicamente verosimile ma non rappresentativa di modelli reali tranne che nel caso delle tute spaziali.

La tuta che veste Matt Mason praticamente in tutte le versioni (che spesso cambiano solo per il colore) è questa:

E’ presa da una vera tuta pressurizzata realizzata per la NASA nell’ambito del programma Apollo, si tratta “Training Suit” (tuta da addestramento) ILC Dover SPD-143 realizzata in 20 esemplari a partire dal 1965 (cfr. ILC Space Suits & Related Products 0000-712731 Rev. A). La tuta appare spesso in diverse immagini pubblicitarie della NASA dell’epoca e persino in alcune foto scattate all’interno del primo simulatore del LM, generando l’idea che la tuta lunare potesse essere direttamente derivata da essa.

Matt Mason dispone anche di un’altra tuta pressurizzata, di tipo semirigido, per le attività extraveicolari (EVA) sulla Luna:

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In questo caso siamo di fronte alla più iconica delle tute spaziali che non sono mai state costruite, ovvero la “Marshmallow Suit” realizzata nel 1962 dall’Ing. Allyn Hazard del JPL, una volta lasciata la NASA Hazard fu assunto presso la Aerojet Co. dove realizzò questo prototipo denominato “Lunar Exploration Space Suit Mark 1”. La tuta era di tipo semirigido con un guscio pressurizzato fatto da un tronco di cono svasato e sormontato da un casco, con tutti i sistemi di supporto vitale inclusi all’interno, e di braccia e gamba “morbide” ed intercambiabili (a seconda di chi la indossava), il tutto pesava circa 90 kg.
La combinazione aveva abbastanza spazio per consentire all’astronauta di ritirare le braccia all’interno per operare dentro lo scafandro, oppure per bere e mangiare.
La tuta ebbe una vastissima eco mediatica per l’epoca, a cominciare dal suo apparire sulla copertina del numero di “Life” uscito il 27 aprile 1962.

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Ecco altre immagini relative allo sviluppo di Liftoff! 2.0 nelle quali è possibile vedere anche parte del mio contributo:

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