Ottima domanda, indaco… ed ottime risposte! 
Ritengo sia di fondamentale importanza spiegare al grande pubblico come funzionano queste cose nei grandi osservatori astronomici, sia a terra che nello spazio. La percezione comune è per lo più quella veicolata dall’industria cinematografica: un manipolo di nerd coordinati da qualche vecchio professore mezzo matto e dedicati a gestire studi tra il bizzarro e l’inutile, magari con l’intervento di qualche “militare” che ad un certo punto si mette a dettare ordini. 
Nulla di tutto questo, naturalmente.
La gestione del tempo di osservazione e dei dati, come spiegato molto bene qui sopra, è molto complessa e frutto di interminabili negoziazioni tra istituzioni e paesi fondanti. Oltre a quanto già spiegato ci sono percentuali riservate per coloro che hanno messo a disposizione i fondi (o il territorio, nel caso di osservatori a terra) e spesso una percentuale a discrezione del Direttore dell’Osservatorio, che può decidere di destinare del tempo a un progetto che ritiene particolarmente interessante anche se ha magari scarsa probabilità di successo. Oltre ai vari tempi riservati alla manutenzione ordinaria, straordinaria, preventiva e predittiva, se possibile.
Le decisioni prese dai TAC (Time Allocation Committee, o Comitati di Assegnazione del Tempo di osservazione) non sempre sono perfette, trasparenti e… condivisibili, per carità, ma secondo me la loro esistenza e il fatto che siano composti di personalità di grande rilievo che a volte poco hanno a che fare con i Paesi promotori del progetto è un aspetto della Scienza moderna spesso sottovalutato ma che la rende assolutamente diversa da tutto quello che si faceva una volta. Anche uno studente di un paese del terzo mondo oggi può vedersi assegnare tempo di osservazione.
E ricordiamoci che la “scoperta” (punto il telescopio a casaccio e scopro un fenomeno completamente nuovo) raramente è l’obiettivo reale. Quella segue, a volte inaspettatamente, una “osservazione” fatta per studiare un certo fenomeno o per validare un modello. Ma spesso, soprattutto con telescopi che superano di gran lunga le prestazioni di quelli esistenti, sia come sensibilità che come lunghezze d’onda che altre caratteristiche, il risultato è quello di scoprire qualcosa di assolutamente imprevisto ed inatteso che genera a sua volta nuove ondate di idee e quindi di proposte di osservazione.
Se vogliamo andare nei dettagli poi ci sono strumenti (o tempi) dedicati espressamente alle “survey”, ovvero all’osservazione sistematica di vaste zone di (o di tutto il) cielo, e altri rivolti a progetti precisi. Il tutto ovviamente dipende dalla natura e dalle caratteristiche dell’osservatorio.